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Gli anni novanta sono un periodo di emergenza anche per l'arte, specialmente per quel "sistema dell'arte" organizzato secondo una sequenza comprendente, critico, gallerista e mercante, collezionista, museo, pubblico, mass-media. A distanza di oltre vent'anni credo di dover rivedere questa mia teoria sul sistema dell'arte ("Domus", Milano 1972), sviluppatasi indubbiamente in maniera trionfante in tutti gli anni ottanta creando una sorta di "Superarte": un plusvalore dell'opera conseguente alla sua presentazione, circolazione e celebrazione sociale. La crisi degli anni novanta ha creato un inceppo che ci permette di rivedere il meccanismo di produzione artistica. |
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Si può constatare come sia in atto un tentativo di concentrazione del sistema dell'arte su tre probabili anelli: artisti, critico e museo. Forse entra in crisi la posizione del gallerista e del mercante, soggetti protagonisti di un circuito privato internazionale così vasto e capillare da condizionare la produzione e degustazione dell'arte. Ora la crisi economica ha messo in discussione anche un anello forte degli anni ottanta: il collezionismo che spesso ha operato sull'accumulo quantitativo di lavoro di singoli artisti o di interi movimenti, incidendo sull'esito e il valore economico. Così il collezionista era diventato in qualche modo una figura all'incrocio tra il "dealer" privato e l'"opinion maker", tra mercante e imprenditore. Questa metà degli anni novanta è dura, portatrice di una crisi che investe la preziosa catena del sistema dell'arte e ci permette di intravedere un ulteriore scenario ridotto e concentrato, teso verso la penalizzazione delle gallerie private, collezionismo e delle riviste d'arte. |
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A mio avviso, come si intravede già in qualche caso in America e nel nord dell'Europa, si sta sviluppando un modello aggressivo di museo internazionale all'incrocio tra pubblico e privato, capace di assorbire alcuni compiti prima sanamente attribuiti ad altri soggetti del sistema dell'arte. Indubbiamente un museo contemporaneo svolge un compito particolare, tra celebrazione dell'arte già conosciuta e presentazione di fenomeni sperimentali che incidono sulla trasformazione del gusto sociale. La macchina museografica ha dei costi altissimi. |
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| Uno dei tentativi
di ammortamento dei costi è stato l'introduzione del "merchandising"
negli spazi museografici, dai gadgets più semplici fino alla
riproduzione delle opere su tessuti e oggetti d'ogni genere. Questo
supporto economico e tamponamento ormai non sono più sufficienti.
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In tal modo, sotto la spinta dinamica del direttore-imprenditore il museo si trasforma da platonico ospizio del bello a società per azioni estetiche a responsabilità illimitata, con il monopolio di calmiere del valore economico dell'opera, rafforzato dall'"aura" di deposito pubblico, anche per questo, garante dell'oggettività dell'arte. È evidente la penalizzazione delle gallerie in quanto spazi privati direttamente collegati all'iniziativa individuale che non può risentire anche dell'attuale crisi economica. |
| Tutto ciò mette in pericolo la libertà di espressione ed il pluralismo del gusto sociale che perde la molteplicità delle fonti di formazione, finora garantita da diversificato dinamismo delle gallerie private. L'iniziativa "RIPARTE",
nella sua selezionata concentrazione internazionale di spazio e tempo,
evidenziata dall'eccentricità della sede (una camera di un albergo-residence
per ogni galleria) fonda uno scenario intenso e felicemente precario.
A dimostrazione che non soltanto l'arte, anche i giovani galleristi
amano il nomadismo e fluidità di spazio, soggetti in transito
e non stanziali, a testimonianza che l'arte "RIPARTE". |